IO SONO, La ricerca di Dio e il risveglio della coscienza. Esperienza personale
Ci sono momenti nella vita in cui l’Io non è ancora un Io, ma un sussurro. Una domanda che non trova spazio. Una scintilla che cerca un nome. La coscienza nasce così: come un movimento interno che non sai spiegare, ma che senti. È il luogo da cui emergono il pensiero, le emozioni, la comprensione, il sentire interiore, la scelta, l’individuo.
Nella mia vita ho attraversato fasi che mi hanno permesso di crescere e di elaborare un pensiero autonomo. Sono sempre stata, per natura, una pensatrice. Da bambina, la notte, mentre tutti dormivano, io restavo sveglia a pensare alla vita, all’esistenza, alle domande che nessuno mi aveva insegnato a formulare. I pensieri non si fermavano mai. A volte mi demolivano, perché avrei voluto dormire senza quel turbine incessante. Ma col tempo ho imparato ad apprezzare questa qualità: il pensare mi ha permesso di sviluppare una mente critica, capace di interrogare ciò che mi veniva imposto di credere.
La coscienza che cresce in un luogo che non la vuole
Sono cresciuta in una comunità di Testimoni di Geova. Oggi non sono qui per parlare dei miei traumi, né di come ci ho vissuto o di come ne sono uscita. Sono qui per raccontare il mio processo evolutivo nel percorso verso Dio.
Da testimone di Geova credevo a ciò che mi veniva detto. Non mi ponevo troppe domande: credevo ciecamente di essere “nella verità”. Questo fino ai miei undici anni, quando iniziai a studiare alcuni libri che venivano forniti per diventare Testimone di Geova. Mi avevano affiancata a una donna considerata un modello nella comunità, un esempio da imitare.
Ma il mio spirito pensante era troppo vivo. Così finivamo spesso in vere e proprie discussioni dottrinali: io portavo la logica, le incongruenze, le cose che non trovavo giuste o coerenti nella Bibbia; lei portava risposte preconfezionate, approssimative, incapaci di appagare la mia moralità o la mia ragione.
Quando le mie domande diventavano troppo profonde, la risposta era sempre la stessa: «Tu vuoi capire troppe cose. Non possiamo capire tutto di Dio. È così e basta. Non farti troppe domande.»
Fu allora che capii che ciò che veniva richiesto non era di accertarmi di ogni cosa con senso critico, ma di accettare e basta. Obbedire e basta. Soddisfare le loro aspettative e basta.
Il primo conflitto: la logica contro il dogma
A tredici anni volevo smettere di studiare. Ma in casa mia l’unica strada possibile era quella del battesimo. Significava aderire al culto, accettarlo, piegarmi alla sua volontà, non contraddire più nulla.
Imparai a stare zitta sui miei pensieri. Non perché non li avessi più, ma perché sapevo che non potevo esprimerli. Sapevo che se avessi mostrato dubbi sarei stata vista come quella strana, giudicata, messa da parte.
Così soddisfai le loro aspettative. Cercai di capire come fare. Resistetti finché potei. Poi, a quindici anni, mi battezzai, ormai arresa all’idea che non avevo altra scelta.
Ma dentro di me la coscienza continuava a muoversi. Non ero consapevole di tante cose, agivo per automatismo, ma sentivo che qualcosa non andava. Leggendo la Bibbia da sola notavo incongruenze con la dottrina, ma non potevo dirlo. Non potevo mostrare cedimenti.
Il silenzio imposto e l’Io che continua a pensare
Piano piano, vivendo stretta in una realtà che non sentivo coerente, iniziai ad allontanarmi. Prima con la mente. Poi con il corpo. Poi con le esperienze di vita.
Tutto ciò che non mi tornava lo percepivo, ma non potevo comprenderlo fino in fondo.
Mi domandavo spesso come potesse un Dio così unico, importante, che a detta di tutti comprendeva le nostre emozioni, essere così freddo, distante, autoritario, inflessibile. Come si conciliava questa immagine dottrinale con quella di un Dio sensibile e comprensivo, capace di leggere i cuori degli uomini?
Davanti alla mia esperienza, quella comprensione non c’era. Ogni cosa non compresa diventava un limite per noi umani, ma quando si trattava di vivere certe emozioni, il limite sembrava essere di Dio, non nostro.
Una volta contestai alla donna che mi seguiva lo studio: «Se io mi pongo questa domanda è perché posso comprendere una risposta. Se Dio non me la dà, come può pretendere che io la capisca? Pensi davvero che non saresti in grado di comprendere qualcosa se ti venisse spiegata chiaramente?»
Io, a dodici anni, pensavo che l’impossibilità di comprendere fosse un limite suo, non mio. Se avevo una domanda, avevo anche gli strumenti per capire una risposta. E se la risposta non arrivava, forse era perché sarebbe stata scomoda, non perchè non esistesse.
Il distacco: quando il corpo segue la mente
Questi pensieri non se ne andarono mai. Io volevo capire. Non mi accontentavo di un Dio descritto da una dottrina e da una Bibbia che non trasmetteva vera coerenza, ma un mondo antico fatto di mentalità antiche, difficili da coniugare con un pensiero moderno.
Pensavo senza saperlo come i grandi filosofi della storia.
Così, a ventitré anni, quando abbandonai quella realtà, iniziai a cercare.
Non volevo insinuare che la mia ex fede fosse la più giusta, né la più sbagliata. Mi mancavano parametri di conoscenza. Così iniziai a curiosare in altre fedi cristiane.
Notai subito che non c’erano grosse differenze comportamentali. Cambiavano le dottrine, ma i metodi comunicativi erano identici. Anche lì solo loro avevano la verità assoluta. Solo loro avevano compreso le scritture. Solo loro potevano insegnare.
Le risposte erano più articolate, più competenti, più dettagliate. Ma il problema di fondo era identico: quando le domande diventavano scomode, si tornava al punto di partenza. Dio, la Bibbia, Adamo ed Eva, Gesù, il disegno.
Alle domande della vita, spesso, non c’era risposta definitiva.
Compresi che c’erano dottrine migliori di quella che conoscevo, ma che la sostanza non cambiava. E che io avevo bisogno di altro.
E poi… il cammino verso l’Io Sono
Qui si apre la parte più importante del mio percorso: le esperienze vissute nel mio cammino, il periodo di incertezza, le risposte divine, le esperienze dirette, il cambiamento di vita, l’incontro con realtà spirituali più autentiche.
La notte in cui ho chiesto una risposta
Non sono arrivata subito alla comprensione della mia spiritualità. Per quanto il mio desiderio di capire fosse immenso, ero appena uscita da una realtà che mi aveva condizionata fin dalla nascita. Sentivo che molte cose non erano logiche, ma allo stesso tempo una parte di me era ancora intrappolata in quel condizionamento. Ero un terreno nuovo, fragile, scosso: una coscienza che si stava risvegliando, ma che non aveva ancora un linguaggio per raccontarsi.
Dentro di me c’era una confusione immensa. Non avevo basi solide da cui partire: nessuno mi aveva mai insegnato altre prospettive, altri mondi, altre vie. Non sapevo niente del resto dell’esistenza. Tutto ciò che era considerato occulto, pagano, esoterico, paranormale, alchemico… erano concetti proibiti, distanti, quasi spaventosi. Terreni inesplorati, e ancora non considerati.
Così, nei primi tempi, le incertezze della vita mi spinsero verso una forma di ateismo, o forse gnosticismo. Sapevo solo che non mi sentivo né carne né pesce. Non stavo bene né da dove venivo, né dove stavo andando. Non avevo conoscenza, non avevo sostanza. Ma avevo una fame immensa di sapere.
Per aprire le porte di quei mondi proibiti dovevo prima imparare a fidarmi. Aprirmi all’idea che non ci fosse nulla di male. E questo non fu affatto automatico.
La mia sete di conoscenza mi spinse a esplorare per piccoli passi. Non mi gettai subito nell’ignoto: leggevo, osservavo ciò che mi ispirava, ignorando chi fosse la fonte o da dove provenissero certe idee. E intanto, nel silenzio, le mie domande aumentavano.
Il periodo più buio
In quel periodo mi sentivo terribilmente sola. Abbandonata dalla famiglia, in una città che non conoscevo, con le difficoltà della vita che mi cadevano addosso una dopo l’altra. Trovare un lavoro, un’abitazione, un minimo di stabilità erano le mie priorità. Ma tutto sembrava impossibile.
Finché mi trovai così in difficoltà da sentirmi costretta a fare una scelta. Quella sera piansi tantissimo. Ero distrutta dal dolore, dalla paura, dall’impossibilità di costruire una vita tranquilla e libera. Sentivo che l’unica possibilità rimasta fosse tornare a casa… e accettare un destino che non sentivo mio.
Tornare a casa significava una sola cosa: ritornare Testimone di Geova.
Era l’unico modo per essere accolta. L’unico modo per non finire per strada. L’unico modo per sopravvivere.
E quella consapevolezza mi spezzava.
La preghiera che non sapevo di fare
Quella sera, nelle lacrime, nel dolore, nella paura, tentai una preghiera. Se così si può chiamare. La verità è che non sapevo se qualcuno mi stesse ascoltando. Non sapevo a chi rivolgermi. Non sapevo se servisse a qualcosa.
Ma ero così disperata che cercai conforto con me stessa. Mi aprii senza sapere come né perché. Le mie parole erano più uno sfogo che una preghiera.
E dissi:
«Io non so chi sei, se ci sei, se ti devo chiamare Dio, Geova, Gesù… Non so a chi rivolgermi. Se esiste qualcuno disposto ad ascoltarmi, chiedo solo questo: sto male, e non so più cosa fare per trovare un po’ di pace. Vorrei solo vivere tranquilla, e non mi sembra di chiedere tanto. Eppure sembra impossibile.
Se tu sei Geova, non voglio aspettare il tuo Armaghedon: puoi distruggermi ora, perché nella tua religione io non sono felice e mai lo sarò.
Se non sei Geova, dammi una risposta. Dimmi cosa vuoi da me.
Se devo tornare a casa e fare ciò che vogliono loro, lo farò. Ma sappi che non lo farò perché ti amo. Lo farò solo per sopravvivere.
Io cerco risposte. E non ce la faccio più.»
Pregai così finché mi addormentai, con il viso bagnato di lacrime, provavo rabbia, ero distrutta.
La figura di luce
Quella notte, in sogno, apparve una figura luminosa. Talmente luminosa che non potevo vederne il volto. Ma percepivo la sua energia.
Gli dissi:
«Dimmi chi sei e cosa vuoi da me. Ho bisogno di risposte. Ho bisogno di sapere cosa devo fare della mia vita.»
La figura parlò. Non mi disse un nome. Non disse di essere il Dio assoluto. Disse solo che era lì per darmi le risposte che cercavo da Dio.
Io non avevo conoscenze. Non sapevo di chi fidarmi. Non sapevo se fidarmi di qualcosa. Avevo solo una sete immensa di sapere.
E con le poche basi che avevo, compresi solo ciò che potevo comprendere.
La figura disse:
«Non devi fare ciò che non ti senti. Nessuno ti chiede questo. Qui c’è solo amore. E con amore ti parlo. Devi solo avere fede.»
Io risposi:
«Ma fede in che cosa? Come posso avere fede se non so di chi fidarmi?»
La voce, ferma e solenne, disse:
«Trova la fede, e troverai tutte le risposte che cerchi.»
Io pensai subito: Vuole che torni Testimone di Geova?
E glielo chiesi.
La voce rispose:
«No. Nessuno ti chiede di entrare in una religione. Non è lì che troverai le tue risposte. Cerca, e troverai. Bussa, e ti sarà aperto.»
Facevo fatica a capire. Ma poi aggiunse:
«Troverai tutte le risposte che cerchi. E proprio oggi riceverai una telefonata. Abbi fede.»
La telefonata
La notte che piansi e pregai era l’otto gennaio 2016, Mi svegliai il 9 gennaio con quelle parole nella mente. Sentivo che quella telefonata sarebbe stata importante. Non sapevo come, ma dentro di me c’era una fiducia nuova, sottile, viva.
Con le lacrime agli occhi presi il cellulare, non mi ero ancora alzata, mi sedetti al bordo del letto, guardai lo schermo, controllai se avessi ricevuto chiamate.
E pochi secondi dopo… il telefono iniziò a squillare.
Il cuore mi esplose nel petto.
Risposi.
Ero certa che fosse un colloquio di lavoro. E lo era.
Ma ciò che non sapevo ancora era che quella persona, oltre a darmi un lavoro, sarebbe diventata il mio compagno di vita.
La nascita della fede e il compimento dell’Io Sono
Quando la relazione tra noi si consolidò, tornai con la mente a quel sogno. Dentro di me si fece chiara una cosa: la frase che quella figura luminosa mi aveva ripetuto più volte era che dovevo avere fede. E io, per la prima volta nella mia vita, mi resi conto di averla avuta davvero.
Non avevo mai conosciuto la fede. Non quella vera. Non quella che nasce dal cuore e non dalla dottrina. Ma quella volta mi fidai di quella voce. Mi affidai completamente. E fu quella fiducia a portarmi fuori dai miei guai, a ridarmi un senso, a riaccendere la mia vita.
Quella fede non si spense più. Era mossa dalla gratitudine, dal desiderio di capire chi fosse quella figura parlante, dal bisogno di trovare tutte le risposte che mi aveva promesso. Così iniziai a cercare ovunque: libri, film, conferenze, testimonianze, tutto ciò che potesse ispirarmi.
Il mio compagno mi aiutò moltissimo. Lui aveva iniziato prima di me il suo percorso di ricerca, aveva più conoscenza, più riferimenti, più strumenti. Mi consigliò film, libri, conferenze di persone di un certo spessore. E tutto questo iniziò lentamente ad aprirmi la mente.
Ogni volta che trovavo una risposta a una domanda sulla vita, ne nasceva un’altra. Sempre più domande, sempre più sete, sempre più certezza che da qualche parte ci fosse una risposta. E così, gradualmente, senza neppure rendermene conto, iniziai a comprendere pensieri esoterici, alchemici, simbolici. Non avevo ancora basi consolidate, non entravo nel merito del vero esoterismo, della vera alchimia, del vero occulto. Ma sfioravo i pensieri di chi li aveva attraversati e li portava con semplicità.
Ogni cosa era un passo. Un gradino. Un movimento lento verso l’alto.
Le porte che si aprono quando non hai più paura
Accogliendo nuove risposte, aprivo le porte a nuove conoscenze. E non avevo più paura.
Arrivai alle rune, alla radiestesia, ai Registri Akashici, e tutto questo accadeva in contemporanea ai pensieri ermetici, alchemici, esoterici, occulti. Non avevo più paura di conoscere, perché mi rendevo conto che ogni cosa trovava chiarezza dentro di me. Ogni tassello dava senso alla vita, alla ricerca, alle domande.
Piano piano, dubbi e incertezze mi abbandonarono. E trovai sempre più chiara la mia identità.
Il concetto dell’Io Sono trovava pieno adempimento dentro me stessa. Mi sentivo guidata. Sentivo che non ero in balia del caso. Qualunque domanda mi ponessi raggiungeva risposte inesplorate, degne di essere considerate.
La cosa che mi aiutò più di tutte a fidarmi fu proprio la fiducia totale che riponevo in quel sentire. L’apertura totale del mio cuore alla conoscenza e all’intuito. Non avevo più paura, perché quell’incontro di diversi anni prima mi aveva infuso fiducia, conforto, possibilità.
Mi affidai a quella voce come se fosse rimasta viva per sempre dentro di me. Intuito, sensitività e percezioni si attivarono come mai prima. Compresi che quel richiamo antico che avevo sempre sentito dentro di me aveva un senso. Non ero io quella strana. Esisteva un mondo che poteva farmi sentire viva, degna, presente.
La conoscenza che libera
Comprendere che altre persone avevano attraversato la sapienza, la conoscenza, aprì in me la speranza. La fede. La felicità. La libertà. La leggerezza.
Una connessione con Dio che non ha più bisogno di dubitare, né di perdersi in troppe parole. Solo di mettersi in ascolto. E sentire.
Un flusso che è sempre vivo e presente. Una unione viva, presente, che mi ha guidata, mi ha fatta sentire amata, compresa, accolta. E in cambio non ha mai chiesto nulla.
Questo è il vero amore incondizionato, che crea reciprocità e complicità tra noi e lo spirito che ci abita.
E tutte quelle che potevano sembrare coincidenze nella mia vita… non erano coincidenze. Erano la presenza dello Spirito che mi guida con amore e libertà veri, il suo sostegno e la sua guida sono come un flusso che mi attraversa corpo, mente e anima, questa è la spiritualità viva e personale che nessuno può raccontare ma solo vivere interiormente, e quando la vivi non puoi più avere dubbi e incertezze, ogni dubbio viene colmato da quell’energia che ti guida dentro, ti accompagna, elimina ogni paura e ogni limite della mente, diventi un tutt’uno con il tutto, entri totalmente nel io sono.
